Misteriosa poltrona

fonte L’Unita

Bossi ha voluto rassicurarci: non userà i fucili. Ma non rinuncerà al federalismo. Non demorde, anche se dopo anni di coabitazione al governo con l’amico Berlusconi di federalismo non ha visto neppure l’ombra. Un’ombra l’aveva intravista grazie al centrosinistra sul cadere della legislatura, ma ovviamente non gli andava bene. In compenso il premier Berlusconi gli ha regalato un ministero federalista, affidato al“pontiere” Aldo Brancher, un signore di sessantasette anni, voce da tempo in sordina del Pdl, con un passato mistico e un presente giudiziario.

Un “ministro per l’attuazione del federalismo”, che ha costretto Bossi, comiziante a Pontida, a ripetere che c’è un solo ministro per il federalismo: «E sono io», ha sanzionato. Annettendo all’immane compito il collega Calderoli, ministro per l’attuazione del programma (dimenticando l’esistenza di un ministro per le Regioni Fitto, pugliese però). Insomma una porta in faccia a Brancher, altre volte ospite del raduno leghista, ieri costretto alla larga.

Un interrogativo si è ingigantito: che farà un ministro al federalismo, quando altri di federalismo si devono occupare? Bossi, con una delle sue furbizie, la risposta se l’è data: si occuperà di decentramento (perché i poteri ministeriali di Roma andranno trasferiti a Milano, Torino, Venezia, tutte capitali secondo Bossi). Una bella invenzione, giustificata chiamando in causa il rapporto federalismo-decentramento teorizzato dal professor Miglio, tra i padri spirituali della Lega (un’altra Lega).

Miglio è morto e non può dir nulla. Ma il gioco di un ministro per il federalismo retrocesso a ministro del decentramento non schiarisce acque torbide da tempo. Mentre a Pomigliano si vivono conflitti e tensioni, laceranti in un paese in crisi e in aree del paese che crisi e disoccupazione soffrono più di altre, un governo da stadio, orfano di un ministro (Scajola) che nelle vicenda metalmeccanica avrebbe potuto recitareuna parte importante, si inventa un nuovo ministro, di cui nessuno mai ha sentito il bisogno.

Forse per calmare Bossi, concependo una poltrona come un passo verso la madre di tutte le riforme. Oppure per creare incomodi sulla via di una riforma che costa tanto e che Tremonti non vuole. O per altri oscuri motivi (riferiamo le dichiarazioni di Leoluca Orlando: in Italia si diventa ministri per non presentarsi davanti ai magistrati, grazie al legittimo impedimento, e Brancher si sarebbe dovuto presentare il 26 giugno per una udienza sul caso Antonveneta).

Insomma la nomina è fumo negli occhi, come se la priorità tra tanti sfracelli economici e finanziari fosse proprio il federalismo, o nasconde qualcosa. In un caso o nell’altro, Berlusconi dimostra la sua consunzione, debole e ricattabile, alla guida di una maggioranza che malgrado i numeri ha fatto flop su tutto, tasse, liberalizzazioni, pubblica amministrazione, ha inflitto tagli devastanti, ha scontentato gli industriali, è riuscita a coalizzare all’opposizione amministrazioni regionali di tutto i colori, ha mietuto alcuni successi solo in un campo, quello della giustizia ad personam.

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